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IM3: CIV, causa ed effetto

Lo spunto per fare una sorta di valutazione sul livello del nostro CIV, in particolare per quello che concerne la Moto3, vera e propria “entry class” per i giovani che buttano un occhio al Motomondiale, ci viene dato da quanto accaduto durante il week end appena trascorso sul circuito di Misano Adriatico, in occasione del 7 e 8 round di questa stagione 2014.

In pista, ad incrociare le traiettorie con i piloti di casa nostra, abituè del campionato nazionale italiano, anche alcune wild card provenienti dal CEV, il campionato di velocità organizzato dalla Dorna e dalla Real Federacìon in Spagna; tra loro anche Nicolò Bulega e Stefano Manzi, che spagnoli non sono ma che in terra iberica hanno deciso di crescere sportivamente, Rodrigo Castillo, Wayne ed Arenas, tutti ragazzi che, nella classifica generale dopo sette delle undici prove previste, occupano posizioni che vanno dalla quinta di Castillo alla ventitreesima di Wayne.

E’ opinione comune tra gli addetti ai lavori che correre in Spagna rappresenti un vero e proprio lasciapassare per il Motomondiale ed in effetti sembra chiaro che, chi li si impegna, dia il via ad una crescita sportiva molto importante.

Ora, senza prendere in considerazione la gara disputata il sabato dove pioggia, scelte sbagliate ed azzardate per gli pneumatici, ride througth comminati dalla direzione corsa in maniera direttamente proporzionale alla quantità d’acqua che scendeva dal cielo (ed era tanta) e quant’altro, e dove il risultato finale se pur a favore di un bravissimo Nicolò Bulega, si può pensare sia stato leggermente falsato, per quello che concerne la domenica, la vittoria di Stefano Manzi ha rispecchiato in maniera palese l’effettivo livello o, e forse rende meglio l’idea, l’effettivo dislivello che c’è tra chi corre nel CIV e chi invece lo fa nel CEV.

Non c’è e non vuole esserci polemica in queste affermazioni, ma solo l’analisi dello stato dell’arte; le prime quattro posizioni infatti, sono andate a favore di quattro piloti che corrono regolarmente nel CEV e, in una gara corsa sulla lunghezza di 16 giri del MWC pari a 67.616 km, Manzi è riuscito ad affibbiare al gruppetto formato da un acciaccato Nicolò Bulega, Castillo e Wayne 10 secondi ma, cosa ben più significativa, oltre 20 e quasi 30 a chi il CIV lo guida in classifica generale e cioè Pagliani e Bezzecchi.

E verrebbe anche facile pensare cosa sarebbe potuto accadere se, oltre ai già citati, fossero stati presenti i vari Quartararo, Navarro, lo stesso Migno, la Herrera o Ramirez Fernandez; lungi da noi l’idea di voler sminuire le prestazioni dei nostri Pagliani, Valtulini, Mazzola, Bezzecchi, Di Giannantonio, Della Porta e scusate tutti gli altri, perché il problema non sono ne loro, ne la loro giovane età e ne, tanto meno, il  loro talento ma l’ambiente nel quale stanno cercando di crescere.

In tutta onestà va ammesso che il CIV a livello di immagine è cresciuto molto: il paddock è bello cosi come le hospitality che lo riempono, la FMI sta cercando di dare massima visibilità agli eventi e si sta impegnando per la diffusione delle gare  ma, nello stesso modo, bisogna anche mettere in evidenza che non altrettanto è cresciuto il livello tecnico, specialmente nella Moto3, una classe fondamentale ed imprescindibile al fine di portare i nostri giovani piloti in futuro, a competere ad armi pari con i loro avversari.

Non è importante ne svilente se a vincere una gara del CIV fosse chi una volta ogni tanto viene a correre da noi se, di contro, ci fosse stato un miglioramento nei tempi e nelle prestazioni dei nostri ragazzi, ma purtroppo neppure questo; è risaputo che nella vita e nello sport per crescere, e questo è il problema grande, bisogna lottare all’interno di un sistema altamente competitivo ed i nostri pilotini non possono farlo perché il CIV, cosi come è oggi, non lo è.

Un esempio? Prendiamo l’ottimo Stefano Valtulini, protagonista durante la gara sul bagnato di sabato di un gran recupero  e che, lo scorso anno, si era schierato in griglia con il tempo di 1.46.4 contro l’1.46.5 delle ufficiali di questo week end e prendiamo Manzi che, all’1.46.1 dell’anno scorso ha risposto con la pole in 1.44.4; – 1.7 secondi per lui mentre per i ragazzi del CIV i tempi sono rimasti pressoché gli stessi.

A Bercellona Fabio Quartararo, campione in carica, giovanissimo tanto che neppure il prossimo anno potrà disputare tutto il mondiale ma dovrà saltare le prime gare in attesa dei 16 anni regolamentari, assistito, verissimo, da una moto ufficiale, ha segnato una pole position per la  gara del CEV dello scorso giugno, più veloce di un decimo di quella realizzata da Marquez junior in occasione del Gp di Catalunya corso sempre a Montmelò una settimana prima; bene direte voi, può capitare, lui è un fenomeno … e invece no, perché se lui è un fenomeno, il secondo era distante appena 4 decimi ed il terzo poco più di 9, ma comunque ben vicino alla pole del Motomondiale segno che, come disse John Belushi nel film Animal House,  ”Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare”.

Tutto questo per dire che uno dei tanti problemi della nostra velocità, è che nel CIV il gioco non è abbastanza duro e non è neppure l’unico. Allora, come fare? Non è semplice e la nostra Federazione ne è sicuramente consapevole ed avrà le sue buone strategie da mettere in campo ma, nel frattempo, non ci siamo e rischiamo di perdere anche quei talenti che potrebbero in futuro tenere alti i colori azzurri;  certo, poco importerà se saranno cresciuti a piadina o paella perché quando e se saliranno su un podio, nessuno se lo ricorderà ed in ogni caso ci sarà un tricolore a sventolare.

Noi lo sosteniamo da tempo: il CIV, almeno per ciò che concerne la Moto3, è poco appetibile anche per i piloti e le squadre straniere che potrebbero alzarne il livello (in Spagna i piloti di casa sono meno del 30% degli iscritti che normalmente sommano a quasi una sessantina) e renderlo cosi più competitivo, un ambiente dove devi sgomitare per andare avanti e guadagnarti la pagnotta ma non solo, perché siamo davanti ad un cane che si morde la coda, e siccome il CIV è parte integrante del “Progetto Velocità” della FMI, è difficile trovare una logica anche nell’aver creato un Team Italia per accogliere chi vince un campionato non all’altezza.

Un Team Italia che, tolta la “parentesi Fenati 2012″, poco ha dimostrato e poco dimostra nonostante la strenua difesa alla quale è soggetto, ma questo è un’altro discorso.

Normalmente prendere come riferimento un sistema che funziona meglio non disdice ed allora, tanto per iniziare, correre in Italia deve poter costare meno ed i ragazzi devono poter girare e provare di più; è inconcepibile per esempio, che si possa correre, se minorenni, la domenica e non poter provare sulla stessa pista il lunedì, oppure è altrettanto inconcepibile costringere un team a pagare una tassa di 15.000 euro più IVA per iscriversi ed iscrivere due ragazzini al CIV e poi, e non per ultimo, bisogna poter tornare ad organizzare gare come si faceva una volta, anche tutte le domeniche, e dove anche i motoclub, vera spina dorsale di una Federazione che sembra esserne dimenticata, potevano farlo e lo facevano bene.

Non per girare il dito nella piaga ma, ed è realtà toccata con mano, in Spagna qualche sodalizio riesce anche a dare degli aiuti economici ai suoi pilotini; da noi non si riesce più neppure a regalargli la licenza perché i proventi per i club dovrebbero venire dalle attività organizzate … la selezione si fa dal basso, è la natura che lo dice.

In tutto questo la FMI, la Federazione motociclistica più titolata al mondo e vanto per tutti noi, può e deve far valere il proprio peso politico: come? Iniziando ad esempio con il parlare alle proprietà degli autodromi per negoziare dei prezzi di affitto più ragionevoli, e non solo per le cinque prove del CIV ma per poter tornare a correre tutti i fine settimana, che sia campionato italiano, sagra degli gnocchi o la festa di Nonna Papera, negoziare delle assicurazioni o far valere una licenza agonistica, da lei rilasciata, per cui anche in tenera età si possa andare in pista e poter cosi portare i ragazzi in circuito per farli provare, riportare tutto in una dimensione dove non vi sia la necessità di budget stratosferici perché per spendere i soldi veri, ci sarà tempo e poi, cosa più importante, ascoltare e dialogare con tutti e non barricarsi dietro al fatto che la velocità in Italia sia una sorta di zona off-limits e ciò che è fatto, è fatto bene.

Ma mentre tutto questo si spera divenga realtà, i vari Bulega, Manzi, Marini, Migno, squadre e manager, campioni plurititolati con le idee proiettate al futuro, buttano l’occhio altrove, al di la della Junquera, alimentando e trasformandosi in attori di uno spettacolo non nostro ma dove, se entri comparsa puoi sognare di diventare protagonista.

 

 

 

 

 

 

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